Basilica di Santa Maria in Cosmedin ed il teschio di San Valentino

Molti ricorderanno questo luogo per la famosa Bocca della Verità che si trova nel portico. Una volta entrato qui rimarrai stupito dai bellissimi mosaici ma non è l’unica cosa particolare che potrai vedere in questa chiesa di Roma.

Qui si trova anche il teschio di San Valentino. Il giorno migliore per vederlo più da vicino è ovviamente il 14 febbraio, quando il cranio viene fatto sfilare attraverso la chiesa per celebrare la festa del santo e degli innamorati.

La basilica di Santa Maria in Cosmedin è un luogo di culto cattolico di Roma, situato in piazza della Bocca della Verità, nel rione Ripa; officiata dalla Chiesa cattolica greco-melchita, ha la dignità di basilica minore e su di essa insiste l’omonima diaconia.

La basilica, frutto dell’ampliamento sotto papa Adriano I (772-790) di un precedente luogo di culto cristiano attestato fin dal VI secolo, fu oggetto di un importante rifacimento nel 1123 ed è attualmente uno dei rari esempi di architettura sacra del XII secolo a Roma; è nota per la presenza nel nartece della Bocca della Verità.

 

 

Storia

Età antica

Il sito su cui sorge la basilica di Santa Maria in Cosmedin, in epoca romana si trovava al margine sud-orientale del Foro Boario, prossimo al fiume Tevere e al Circo Massimo. In quest’area trovava luogo l’Ara massima di Ercole, edificata secondo la tradizione da Evandro dopo che Ercole ebbe ucciso il gigante Caco, e che assunse la sua conformazione definitiva con una ricostruzione nel II secolo a.C.

Alla metà del IV secolo d.C. venne edificata immediatamente ad ovest dell’Ara massima e ad essa adiacente un’aula porticata, posta su un podio e delimitata da arcate poggianti su colonne; essa era molto probabilmente priva di copertura in quanto sarebbe risultata molto costosa a causa della notevole altezza delle pareti (18 metri), nonché soggetta agli incendi che avrebbe potuto appiccare il fuoco dei sacrifici del santuario attiguo; secondo altri studi, invece, la presenza di stucchi al suo interno avrebbe necessariamente richiesto la presenza di un tetto.

L’edificio, tradizionalmente ed erroneamente scambiato per la Statio Annonae (ove trovavano luogo gli uffici e i magazzini dell’Annona) che invece sorgeva più a sud, conteneva probabilmente delle reliquie di Ercole o era comunque utilizzato per il suo culto.

 

 

La diaconia e la chiesa cristiana

La presenza di una diaconia nell’area è attestata fin dal VI secolo, sebbene la prima esplicita testimonianza scritta risalga al pontificato di papa Adriano I (772-790). L’aula porticata rimase in funzione fino al VI secolo, anche grazie all’attività del Foro Boario e alla vicinanza con il Circo Massimo; successivamente al suo interno si insediò una comunità cristiana, che edificò un primitivo luogo di culto sfruttando la struttura preesistente (si tratterebbe quindi del primo caso di cristianizzazione di un luogo di culto pagano nella città di Roma).

Anticamente si riteneva che il primo luogo di culto in quel sito fosse stato fondato da papa Dionisio (259-268).

Il nome della diaconia era quello di Santa Maria in Schola graeca, dovuto alla nutrita presenza, in quell’area, di una comunità greca costituita inizialmente soprattutto da funzionari (l’area stessa era stata perciò denominata Ripa Greca); la chiesa era costituita da un’aula sulla quale si aprivano degli ambienti laterali (o tra di loro indipendenti, oppure due navatelle), sulle quali probabilmente trovavano luogo dei matronei che si affacciavano sulla navata centrale con sei finestre ad arco per lato.L’ambiente terminava ad est con la parete fondale della loggia, motivo per cui è da escludersi la presenza di un’abside.

Furono eletti al soglio pontificio tre cardinali diaconi di Santa Maria in Cosmedin: papa Gelasio II nel 1118, papa Celestino III nel 1191 e anche l’antipapa Benedetto XIII nel 1394.

 

 

I rifacimenti medioevali

Papa Adriano I, volendo ampliare la chiesa verso est, nel 782 fece demolire la parete fondale dell’aula porticata, così da poter sfruttare il basamento in blocchi di tufo della retrostante Ara massima all’interno del quale scavò una cripta. L’intera struttura raddoppiò la propria lunghezza; lo spazio interno venne suddiviso in tre navate con matronei, ciascuna delle quali terminante con un’abside semicircolare.

La chiesa e i suoi annessi furono affidati ad una colonia di monaci greci che si erano rifugiati a Roma per sottrarsi alle persecuzioni iconoclasta di Costantino V; da questi la chiesa prese il nome di Santa Maria in Schola Greca, e divenne poi nota come Santa Maria in Cosmedin, dalla parola greca kosmidion (ornamento), denominazione tipicamente bizantina riscontrabile in diverse chiese di Costantinopoli e, in Italia, anche a Napoli e a Ravenna (nome con il quale venne chiamato a partire dall’VIII secolo il battistero degli Ariani).

Durante il pontificato di papa Niccolò I (858-867), alla chiesa furono aggiunti una sagrestia, l’oratorio successivamente detto di San Niccolò de Schola Graeca e la residenza diaconale.

Durante il sacco di Roma del 1084 ad opera delle truppe normanne di Roberto il Guiscardo, la chiesa ricusò pesanti danni; fu papa Gelasio II (che in precedenza era stato cardinale diacono di Santa Maria in Cosmedin) ad ordinare che nel 1118 fossero effettuati i lavori di ripristino.

 

 

La facciata dopo i restauri del cardinale Francesco Caetani

Importanti modifiche furono attuate nei primi anni del pontificato di papa Callisto II da parte del suo camerlengo Alfano, che successivamente avrebbe trovato sepoltura nella chiesa stessa: vennero edificati dai Cosmati il nartece e la torre campanaria, fu demolito il matroneo e l’interno venne adornato con un ciclo di affreschi con temetiche vetero e neo testamentarie. Il 6 maggio dello stesso anno venne consacrato dal papa l’altare maggiore.

Nell’ambito degli stessi lavori venne probabilmente realizzata la schola cantorum (forse su imitazione di quella della basilica di San Clemente al Laterano, risalente al 1118) con pergula, completata tra il XIII e il XIV secolo con la realizzazione del candelabro del cero pasquale; venne innalzato anche un ciborio, a pianta rettangolare, forse analogo a quello di San Lorenzo fuori le mura o più probabilmente a quello di San Clemente.

Nel 1249 Deodato di Cosma realizzò il ciborio gotico. Tra il 1295 e il 1304 l’intero complesso fu oggetto di un intervento di restauro per volere del cardinale diacono Francesco Caetani; egli, tra le altre cose, diede alla parte superiore della facciata una forma “sgusciata” (analogamente ai prospetti delle basiliche romane di Santa Maria in Aracoeli, Santa Maria in Trastevere e San Lorenzo fuori le mura, con coronamento piano inarcato verso l’esterno) e vi aprì al centro un rosone, al di sopra del quale pose il proprio stemma, senza però adornare la parete con mosaici.

Nel 1435 la basilica venne affidata dal papa Eugenio IV ai monaci benedettini dell’abbazia di San Paolo fuori le mura, appartenenti alla Congregazione cassinense, il quale soppresse il titolo cardinalizio per evitare conflitti tra il cardinale diacono e i monaci; la diaconia venne ripristinata nel 1513 da Leone X che chiuse il monastero ed elevò la chiesa a collegiata, con un proprio capitolo. Con Papa Pio V divenne sede parrocchiale. Nel 1535 il cardinale diacono Guido Ascanio Sforza di Santa Fiora fece dipingere la facciata della chiesa, al centro della quale si apriva un rosone circolare.

 

 

I restauri barocchi

Tra il XVII e il XVIII secolo la chiesa fu oggetto di una serie di restauri in forme barocche, senza tuttavia che la struttura romanica subisse modifiche. Il primo venne effettuato nel 1671 grazie ai finanziamenti del cardinale diacono Leopoldo de’ Medici; l’anno successivo il Capitolo Vaticano incoronò l’antica immagine della Madonna col Bambino venerata nella basilica e allora collocata al centro dell’abside, considerata miracolosa.

Oggetto di particolare devozione anche da parte di diversi pontefici come Pio IX, venne incoronata nuovamente il 10 giugno 1920. Nel 1684 vennero costruite delle volte a botte a copertura interna delle tre navate per volere del canonico Ciatti il quale, tra le altre cose, si occupò anche di adornare l’altare dell’absidiola di destra con un tabernacolo ligneo attribuito a Michelangelo Buonarroti (andato perduto).

Nel 1716 fu restaurato il pavimento; l’anno successivo, dopo aver ottenuto nel 1715 l’autorizzazione da parte del capitolo di aprire la cripta (chiusa da due secoli), il canonico Giovan Mario Crescimbeni fece ristrutturare l’ambiente al fine di custodirvi le numerose reliquie della basilica, facendo costruire una seconda scala d’accesso speculare a quella già esistente ed aprendo nel soffitto una grata; nell’abside venne edificato un altare barocco, sul quale venne posta una tavola con dipinta la Natività di Gesù che in precedenza sarebbe appartenuta a santa Maria Maddalena de’ Pazzi.

Nello stesso anno furono restaurate anche le colonne della chiesa uniformando mediante applicazioni in stucco i capitelli, fra loro differenti. In quel medesimo periodo l’abside venne rivestita con un paramento in stucco, e al centro realizzata un’edicola per accogliere la Madonna, con trabeazione sorretta da lesene ioniche; ai lati furono aperte due credenze a forma di finestre rettangolari, chiuse con vetri, atte alla custodia e all’esposizione delle reliquie.

Nel 1718 il cardinale Annibale Albani commissionò a Giuseppe Sardi la realizzazione di una facciata in stile rococò riutilizzando la struttura preesistente; i lavori iniziarono il 5 maggio dello stesso anno e, condotti con estrema celerità, terminarono dopo poco più di un mese, il 26 giugno. Il nuovo prospetto vedeva ripristinate le due arcate laterali mediane del nartece e l’apertura di un unico grande finestrone ad arco al centro della parete superiore, nonché la realizzazione di una ricca decorazione in stucco. Sulla facciata occidentale del campanile venne installato un orologio con quadrante dipinto.

Nel 1762 i tre vani posti al di sopra del nartece e suddivisi da sottili tramezzi, furono riadattati a cantoria e vi trovò luogo, a partire dal 1830, un organo a canne donato dal cardinale diacono Antonio Maria Frosini. Nel coro d’inverno vi era un secondo strumento di modeste dimensioni, ed entrambi furono oggetto di restauro da parte dell’organaro Francesco Pasquetti nel 1844 e nel 1854.

Ulteriori interventi furono condotti per tutto il XIX secolo finalizzati prevalentemente all’adeguamento dell’aspetto dell’edificio al gusto estetico dell’epoca e ad aumentarne la luminosità, drasticamente ridotta dall’addossamento di nuovi edifici alle navate minori e alla chiusura di diciotto delle ventiquattro monofore che davano luce alla navata centrale per consentire la realizzazione della volta a botte seicentesca.

Subì pesanti modifiche anche la pavimentazione cosmatesca, con l’accorciamento dell’area della schola cantorum, già privata delle transenne di recinzione; tra il 1829 e il 1831 le pareti della navata maggiore vennero ricoperte con pitture in stile impero.

 

 

Restauro del 1896-1899

Il restauro del 1896-1899 fu frutto del nuovo interesse di stampo romantico per l’arte medievale: venne condotto per conto del Ministero della pubblica istruzione da una commissione nominata dall’Associazione artistica fra i cultori dell’architettura alla direzione della quale venne posto l’architetto Giovanni Battista Giovenale (che di fatto condusse personalmente i lavori) e fu finalizzato a riportare la basilica allo stato del XII secolo, in quanto raro esempio di architettura sacra di tale periodo nella città di Roma, eliminando tutte le superfetazioni successive, in particolare quelle barocche.

Il progetto venne presentato all’Esposizione di architettura di Torino del 1893, dove venne premiato per il grande rigore filologico divenendo paradigmatico per analoghi interventi successivi; l’architetto tuttavia venne successivamente accusato di aver utilizzato fondi destinati ad altri monumenti e di aver inopportunamente reimpiegato elementi marmorei di epoca romana provenienti dal Foro Romano e dal Colosseo.

I lavori, fortemente voluti dal cardinale Gaetano de Ruggiero, iniziarono nel 1896 e terminarono nel 1899; il 29 ottobre di quello stesso anno il cardinale vicario Lucido Maria Parocchi riconsacrò la chiesa e l’altare maggiore.

Esternamente venne demolita la facciata in stile rococòdi Giuseppe Sardi con il ripristino del paramento murario in mattoncini, l’apertura di tutte e sette le arcate del nartece e la ricostruzione della parte superiore del prospetto.

Del campanile venne progettata la riapertura di tutti i fornici, attuata con il necessario rinforzo delle strutture e la rimozione dell’orologio in un secondo momento.

All’interno furono demoliti la balconata lignea della cantoria e l’organo a canne, e la volta a botte ad incannucciata venne sostituita con un controsoffitto ligneo piano dipinto con stelle (poi rimosso), così da consentire l’apertura di tutte le monofore e la visione degli affreschi del XII secolo. Vennero altresì rimosse le pitture in stile impero delle pareti e le stuccature delle absidi.

La schola cantorum riacquistò le sue dimensioni originarie e venne delimitata con nuove transenne realizzate nel 1897 da Paolo Bottoni.

Venne anche ricostruita la pergula (opera di Ettore e Giacomo Poscetti) quasi esclusivamente con materiali moderni ad eccezione di quattro plutei antichi realizzati nel corso del restauro di Alfano, con decorazioni musive analoghe a quelli della concattedrale di Ferentino (firmati dall’Opifex magnus nomine Paulus e risalenti al pontificato di Pasquale II), estesa anche alle navate laterali come in origine. Anche la cripta venne spogliata delle superfetazioni barocche.

Le absidi vennero decorate, nel 1899, con affreschi in stile neomedioevale di Cesare Caroselli e Alessandro Palombi desumendo lo stile da quelli del XII secolo della navata centrale. Fu restaurato anche il pavimento ad opera di Eugenio Mattia.

Tra il 1961 e il 1962 sono stati restaurati il campanile e il tetto della navata centrale.

 

 

Descrizione

Esterno

La facciata e il campanile

La facciata della chiesa è rivolta ad ovest e dà su piazza della Bocca della Verità; è a salienti, richiamando la struttura interna a tre navate.

L’ingresso è preceduto dal nartece, opera dei Cosmati, caratterizzato all’utilizzo degli archi a tutto sesto (ciascuno dei quali sormontato da una monofora) poggianti su pilastri cruciformi in luogo dell’architrave continuo poggiante su colonne.

L’arcata centrale è sottolineata da un protiro sorretto da due colonne in granito (elemento comune nel panorama dell’architettura sacra della Roma medioevale, riscontrabile anche al di sopra degli ingressi principali della basilica di San Clemente al Laterano, di quella di Santa Prassede e della chiesa di San Cosimato).

Sotto il nartece, a ridosso della testata settentrionale, vi è la Bocca della Verità, mascherone romano in marmo pavonazzetto ivi collocato nel 1623.

Nella facciata della chiesa sono murate alcune iscrizioni, una relativa alla ricostruzione della chiesa sotto Adriano I, un’altra del X secolo con l’elenco dei doni fatti da Teubaldo al martire Valentino e un’ulteriore, del VII secolo, recante la donazione fatta da Eustazio e Giorgio alla diaconia di Santa Maria in Cosmedin, posta alla sinistra del portale mediano.

Tra quest’ultimo e il portale di destra trova luogo il monumento funerario di Alfano, sormontato da un timpano marmoreo con iscrizione sull’architrave poggiante su due colonnine, il quale incornicia una nicchia con i resti di un affresco raffigurante la Madonna della Clemenza tra due pontefici.

Il portale maggiore presenta una cornice marmorea opera di Giovanni da Venezia (XI secolo), riccamente decorata con rilievi derivati dall’arte romana.

Alla sinistra di questo, simmetricamente alla sepoltura di Alfano, vi era un secondo arcosolio con un affresco appena leggibile raffigurante l’Annunciazione (a sinistra) e la Natività di Gesù (a destra).

Nella parte superiore del prospetto, frutto dei restauri della fine del XIX secolo e corrispondente alla navata centrale, si aprono tre monofore affiancate e, nel timpano triangolare di coronamento con cornicione sorretto da piccole mensole marmoree, un oculo circolare.

Alla destra della navata centrale si eleva la torre campanaria, edificata nel XII secolo; essa è divisa da cornicioni con mensole marmoree in sette ordini, dei quali i quattro superiori si aprono verso l’esterno su ogni lato con una trifora poggiante su colonnine. Fra le campane ospitate al suo interno, la più antica risale al 1283 ed è di manifattura pisana. Alla sua sommità, il campanile raggiunge i 34,20 metri di altezza.

 

 

Bocca della verità

Ogni giorno una lunga fila di turisti si dispone fuori dalla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin per fotografarsi mentre infila la mano nella bocca del grande medaglione di marmo pavonazzetto che ora si trova nell’atrio, più comunemente conosciuta come La Bocca della Verità.

Il grande tondo di epoca imperiale di quasi 2 metri di diametro, a suo tempo era utilizzato come chiusino di una cloaca. Alcuni pensano sia un tombino, altri, viste le dimensioni, la copertura di un pozzo. Ha le fattezze di un fauno ispirato a una divinità fluviale, il Dio Portuno, al quale probabilmente era dedicato un tempio nei pressi della stessa cloaca.

I Romani e i turisti associavano al medaglione la proprietà di decretare la Verità.

In particolare, anticamente, veniva richiesto alla pietra di pronunciarsi sull’infedeltà coniugale, soprattutto se una donna avesse fatto fallo a suo marito. La moglie veniva costretta a infilare la mano nella fessura del tondo e a interrogare la pietra circa la sua fedeltà matrimoniale. La Bocca della Verità, attraverso un banalissimo trucco “umano”, – uno o più addetti infatti, assoldati dal patrizio di turno, erano posizionati dietro il lastrone di marmo – aveva il compito di punzecchiare con uno spillone o con delle forbici la mano della moglie infedele (forse).

 

 

Tra tutte le leggende, una è quella che meglio si ricorda per la sua particolarità, ovvero la storia di un’arguta moglie che ebbe modo di prendersi la sua rivincita proprio grazie alla Bocca della Verità. La leggenda narra che la donna era stata sorpresa dai vicini di casa a ricevere continue visite da parte di un amante mentre il marito era fuori città. Questi lo confessarono al marito che a sua volta chiese spiegazioni alla moglie. Nonostante le lacrime della donna, l’uomo decise di chiedere in pubblico la prova della verità.

Quel giorno accadde che un giovane si fece largo tra la folla, si avvicinò alla moglie, la strinse forte a sé e la baciò sulla bocca, lasciando tutti sconcertati. Infine, si allontanò gridando parole senza senso e saltellando come un matto. Immediatamente fu portato via di forza dalla folla. Una volta tornata la calma, la donna fu portata vicino al medaglione, infilò la sua mano nella foratura e pronunciò queste parole: Giuro che nessun uomo mi ha mai abbracciato e baciato, all’infuori di mio marito e di quel giovane matto!.

La Bocca non si chiuse e non punse la mano della donna, perciò il marito fu costretto a ricredersi e la folla esplose in grida di gioia. Ma com’era stato possibile? Ebbene, la donna, piuttosto scaltra, aveva escogitato assieme al suo amante un piano infallibile per ingannare tutti: lui si sarebbe finto pazzo, l’avrebbe baciata davanti a tutti cosicché chiunque ne sarebbe stato testimone, lei avrebbe ammesso di essere stata baciata da entrambi gli uomini e la Bocca della Verità non avrebbe potuto che darle ragione.

La prova fu così superata, la donna grazie alla sua astuzia era riuscita ad imbrogliare la Bocca della Verità e poté continuare così a frequentare il suo amante, ormai certa che nessuna voce avrebbe convinto il marito sul suo tradimento.

 

 

Interno

Navate

L’interno della basilica è a tre navate, ciascuna delle quali termina con un’abside semicircolare, senza transetto; il soffitto è a capriate lignee.

Le navate sono separate da tre gruppi di quattro archi a tutto sesto intervallate da pilastri quadrangolari e poggianti su colonne marmoree di spoglio, con capitelli corinzi, in totale diciotto dei quali undici di epoca romana e i restanti frutto dei restauri di papa Gelasio II.

La parete di controfacciata della navata maggiore è caratterizzata da tre arcate, delle quali le due laterali tamponate e quella centrale che, al di sopra del portale, si apre sulla cantoria soprastante il nartece, ed ospita un sarcofago del III-IV secolo, rinvenuto alla base del campanile nel 1964.

Le arcate, come le colonne che le sorreggono, facevano parte dell’aula porticata del IV secolo a.C. all’interno della quale è sorta la basilica cristiana; altri archi sono inseriti nella controfacciata della navata di sinistra e nella parete perimetrale di quest’ultima.

Nelle navate minori sono visibili, al di sopra degli archi di separazione con la navata maggiore, sei monofore per lato, con le quali si apriva sulla chiesa il matroneo di Adriano I, demolito sotto Callisto II.

Il pavimento presenta una ricca decorazione in stile cosmatesco realizzata in marmi policromi con inserti musivi; la pavimentazione della schola cantorum e del presbiterio presenta elementi in opus sectile dell’VIII secolo.

 

 

Affreschi della navata centrale

Nella parte superiore delle pareti della navata centrale sono visibili i resti del ciclo pittorico a fresco realizzato nel 1123 e caratterizzato da uno stile fortemente classicista, con il recupero dell’inserimento delle varie scene all’interno di riquadrature e architetture.

La narrazione si sviluppava su due ordini, dei quali è in parte conservato solo quello superiore, all’altezza delle finestre, su tema vetero testamentario: la parete di destra presenta cinque degli originari dodici episodi tratti dal Libro di Daniele, quella di sinistra scene dal Libro di Ezechiele (già erroneamente interpretate come eventi salienti della vita di Carlo Magno).

Della prima tematica sono state identificate le seguenti scene (la numerazione delle finestre è a partire dall’abside): il Sogno della statua (tra la quarta e la quinta finestra), l’Esaltazione di Daniele (tra la quinta e la sesta), la Strage dei saggi di Babilonia (tra la sesta e la settima), l’Adorazione della statua di Nabucodonosor (tra la settima e l’ottava), la Fornace ardente (tra l’ottava e la nona) e le Minacce di Nabucodonosor (tra la decima e l’undicesima), nonché la figura stante del profeta, la cui parte inferiore non è più visibile, raffigurato come un giovane imberbe con in mano un libro aperto ed indosso una toga bianca.

 

 

Affreschi della parete di sinistra

Della tematica legata al profeta Ezechiele vi sono soltanto tre scene chiaramente riconducibili alla narrazione biblica: Ezechiele che si rade la barba e la pesa (tra la settima e l’ottava finestra), Ezechiele che riceve il libro (il profeta è caratterizzato dallo stare genuflesso e curvo, a differenza della postura eretta che gli viene ordinata da Dio nella Bibbia); Dio in trono scortato da cherubini (tra l’undicesima e la dodicesima finestra, con la figura in trono che sembrerebbe il Figlio piuttosto che il Padre).

Secondo l’errata lettura del ciclo come relativo ad episodi della vita di Carlo Magno, sarebbero state individuate le seguenti scene: l’Incoronazione di Carlo Magno (tra la prima e la seconda finestra), il Massacro di Verden (tra la seconda e la terza), Carlo Magno che riceve gli ambasciatori di papa Adriano I (tra la terza e la quarta), la Vocazione di Carlo Magno (tra la quarta e la quinta), le Mura di Pamplona (tra la quinta e la sesta), la Distruzione dell’idolo di Maometto (tra la sesta e la settima, episodio presente nello Pseudo-Turpino), le Virtù di Carlo Magno (tra la settima e l’ottava), Carlo Magno riceve i doni di Hārūn al-Rashīd (tra l’ottava e la nona), la Disfatta dei Longobardi (tra la nona e la decima, il cui soggetto è soltanto ipotizzato in quanto l’affresco è andato completamente perduto), la Morte di Carlo Magno (tra la nona e la decima), il Giudizio finale di Carlo Magno (tra l’undicesima e la dodicesima) e, probabilmente, l’autoritratto del pittore.

Nella fascia inferiore, andata perduta nella sua quasi totalità, erano raffigurati episodi evangelici, dei quali sono riconoscibili i seguenti: sulla parete di sinistra il Matrimonio di Maria e Giuseppe (sotto la dodicesima finestra), il Censimento di Quirinio (tra la decima e l’undicesima finestra), i Magi a colloquio da Erode (tra la nona e la decima finestra), la Presentazione di Gesù al Tempio (tra l’ottava e la nona finestra) e la Visitazione (tra la settima e l’ottava finestra); sulla parete di destra la Guarigione del lebbroso (tra la decima e l’undicesima finestra), la Guarigione del paralitico (sotto la nona finestra) e l’Ingresso a Gerusalemme (tra la settima e l’ottava finestra).

È ancora in parte visibile l’affresco soprastante l’arco absidale, con al centro Cristo benedicente all’interno di un medaglione (andato quasi totalmente perduto) e ai lati le Schiere angeliche.

 

 

Cappelle laterali

Lungo le navate minori si aprono alcune cappelle laterali. L’unica che si apre sul lato destro è il coro d’inverno, separata dalla basilica tramite un vestibolo; essa venne edificata nel 1686 su progetto di Tommaso Mattei per le celebrazioni del capitolo.

Nella parete di fondo della cappella si apre un’abside quadrangolare all’interno della quale si trova l’altare, sormontato da un dipinto della Madonna col Bambino, già nell’abside e due volte coronato (nel 1672 e nel 1920) essendo considerato miracoloso.

La tavola risale al XIV secolo ed in passato è stata erroneamente identificata con quella che secondo la tradizione sarebbe stata portata in salvo dalle distruzioni iconoclaste dai monaci greci, nell’VIII secolo; è stata più volte ritoccata, anche da parte della bottega di Antoniazzo Romano, tra il XV e il XVI secolo.

La prima cappella della navata di sinistra è il battistero, edificato nel 1727; al suo interno vi è il fonte battesimale, costituito da un reperto erratico romano decorato a rilievo con tralci di vite e di edera, donato per assolvere a tale funzione da papa Benedetto XIII.

Segue la cappella dedicata a san Giovanni Battista de’ Rossi, che fu canonico di Santa Maria in Cosmedin e dimorò nell’annesso palazzo; opera dell’architetto Luca Carimini (1860), l’altare in stile rococò ivi contenuto è preesistente, in quanto era stato consacrato da Benedetto XIII (originariamente si trovava nella navata laterale di sinistra ed era dedicato alla Madonna delle Grazie).

La terza cappella è quella del Crocifisso, progettata da Giovanni Battista Giovenale.

 

 

Schola cantorum, presbiterio e absidi

La schola cantorum occupa la seconda metà della navata maggiore; frutto dei restauri del XII secolo, è stata ricomposta nell’ambito di quelli del 1896-1899 integrando gli elementi andati perduti con altri nuovi in stile.

Delimitata da transenne marmoree, ai suoi lati trovano luogo due amboni: a sinistra quello dell’epistola, della tipologia a giardino, in marmo pavonazzetto con basamento in marmo greco; a destra quello del Vangelo, della tipologia a loggia, prevalentemente in pavonazzetto con inserti in breccia dei Pirenei (al centro della parte anteriore) e parfido grigio (sul retro); nel complesso di quest’ultimo è inserito il candelabro del cero pasquale (del XIII-XIV secolo), alla cui base è posta la scultura di un leone accovacciato, attribuibile a Pasquale Romano che nel 1285 aveva realizzato e firmato una sfinge per la chiesa viterbe di Santa Maria a Gradi.

Il presbiterio è separato dalla schola cantorum tramite la pergula marmorea, con architrave sorretto da colonnine poggianti su transenne decorate a mosaico, che prosegue anche nelle navate laterali.

L’altare maggiore è costituito da una mensa marmorea poggiante su una vasca in granito rosso; esso venne consacrato il 6 maggio 1123 da papa Callisto II che collocò al suo interno le reliquie dei santi Cirilla, Ilario e Coronato.

Al di sopra di esso vi è il ciborio gotico, opera di Deodato di Cosma (1294), influenzato da quello della basilica di San Paolo fuori le mura che a sua volta fonde la tradizione cosmatesca con i nuovi influssi gotici di provenienza francese; esso è in marmo, poggiante su quattro colonne corinzie (forse appartenenti al ciborio precedente), in corrispondenza di ciascuna delle quali si eleva un pinnacolo (un quinto, più alto, è posto sulla sommità della copertura).

I pennacchi della fronte anteriore sono adornati da un mosaico su fondo oro raffigurante l’Annunciazione, che richiama quelli della basilica di Santa Maria in Trastevere, di Pietro Cavallini.

Al centro della parete dell’abside, al di sotto della bifora, vi è la cattedra marmorea, del XIII secolo, i cui braccioli sono ornati nella parte inferiore da due teste di leone.

 

 

Il mosaico dell’Annunciazione e gli affreschi dell’abside

Le tre absidi, ciascuna delle quali si apre verso l’esterno con una bifora, sono rivolte ad oriente.

Al loro interno, esse sono interamente decorate con affreschi in stile neomedioevale realizzati nel 1899; il ciclo della cappella di destra è dedicato alla Madonna, con la Madonna col Bambino entro una mandorla tra due angeli nel catino e ai lati della bifora a sinistra la Natività di Maria, a destra la Dormitio Virginis; il ciclo della cappella di destra è dedicato a san Giovanni Battista con nel catino l’Agnus Dei e ai lati della bifora a sinistra la Predicazione del Battista e a destra il Martirio del Battista; nel catino dell’abside maggiore sono raffigurati la Madonna in trono col Bambino tra i santi Agostino, Feliciano, Dionisio e Nicola I, mentre ai lati della bifora vi sono l’Annunciazione (in alto a sinistra), la Natività di Gesù (in alto a destra), l’Adorazione dei Magi (in basso a sinistra) e la Presentazione di Gesù al Tempio (in basso a destra). I dipinti sono opera di Cesare Caroselli e Alessandro Palombi.

 

 

Cripta e reliquie

Al di sotto della schola cantorum vi è la cripta dell’VIII secolo, forse il più antico esempio di tale tipologia di ambiente, la cui doppia scala d’accesso venne aperta nel 1717 (in precedenza vi era solo quella di destra).

L’ambiente, la cui muratura di rivestimento interno risale all’VIII secolo, è a pianta rettangolare, con soffitto piano, con aula tripartito in navatelle di quattro campate ciascuna da colonne corinzie.

Lungo le pareti laterali si aprono sedici nicchie semicircolari, utilizzate originariamente per accogliere le reliquie dei santi; nella muratura sono inglobati i resti del podio in blocchi lapidei dell’Ara massima di Ercole invitto.

Peculiarità di questa cripta è il transetto, uno dei rari casi di reintroduzione nell’architettura carolingia di tale elemento, tipicamente costantiniano.

In corrispondenza con la navatella centrale si apre una cripta semicircolare, all’interno della quale trova luogo l’altare (del V-VI secolo), rinvenuto e ivi collocato durante i restauri della fine del XIX secolo), il quale contiene le reliquie di Santa Cirilla ed è decorato sulle fiancate con delle croci a bassorilievo.

All’interno della basilica sono custodite le reliquie di diversi santi. Tra questi, vi è il teschio accreditato a san Valentino, non il santo venerato il 14 febbraio, ma un omonimo, un “corpo santo” (martiri inventi), e la testa di sant’Adautto. Quest’ultimo è molto probabilmente il martire che fu sepolto con Felice in una cripta nei pressi del cimitero di Commodilla sulla via Ostiense.

Papa Siricio (384-399) costruì una piccola basilica sulla loro tomba restaurata ed abbellita in seguito da Giovanni I (523-526) e Leone III (795-816). Leone IV (847-855) donò loro reliquie ad Ermengarda, moglie di Lotario.

La chiesa di Santa Maria in Cosmedin conserva altre teste di martiri inventi (Adriano, Amelia, Angelo fanciullo, Antonino, Benedetto, Benigno, Candida, Candido, Clemenza, Concordia, Desirio, Desiderio, Generoso, Giuliano, Ippolito, Ottavio, Patrizio, Placido e Romano), nonché la gamba di Olimpia e quella di san Giovanni Battista de Rossi.

 

 

Sacrestia

Nella sacrestia, che si apre all’inizio della navata laterale di destra, è esposto uno dei nove frammenti superstiti della decorazione musiva dell’oratorio di Giovanni VII (705-707), facente parte del complesso dell’antica basilica di San Pietro in Vaticano, portato nella basilica nel 1639 per volere di Urbano VIII.

Il ciclo era costituito da tredici episodi della vita di Gesù dall’Annunciazione alla sua discesa agli inferi, con sopra l’altare l’immagine della Madonna orante; il brano presente in Santa Maria in Cosmedin è quello più vasto e in miglior stato di conservazione e raffigura l’Adorazione dei Magi.

La composizione della scena richiama quella dell’affresco analogo presente nella chiesa di Santa Maria Antiqua, risalente anch’esso al pontificato di Giovanni VIII.

Di chiara impronta paleocristiana, è caratterizzato da un angelo in posizione eretta posto tra la Vergine con il Bambino e i magi, presente in analoghe raffigurazioni dei secoli V e VI. I magi, andati perduti, avevano atteggiamenti differenti: quello all’estrema sinist