La Biblioteca Angelica

Storia

La Biblioteca Angelica, vicino Piazza Navona, in piazza Sant’Agostino, accanto alla basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio è stata la prima biblioteca pubblica d’Italia e la seconda d’Europa dopo Oxford. Nella scenografica biblioteca sono conservate incisioni, centinaia e centinaia di manoscritti, libri greci e latini. 

La Biblioteca Angelica è la biblioteca più bella di Roma e la prima biblioteca pubblica aperta in Italia. All’Angelica, sono conservati migliaia di incisioni, libri latini, greci e orientali e manoscritti di ogni sorta. Il patrimonio della biblioteca è piuttosto articolato: i manoscritti sono circa 2.700 tra latini, greci ed orientali, e 24.000 i documenti sciolti. La biblioteca possiede inoltre più di 1.100 incunaboli e circa 20.000 cinquecentine; 10.000 circa sono le incisioni e le carte geografiche conservate dall’istituzione. Imponente è anche il posseduto di libri contemporanei, per cui è previsto il servizio di prestito. La biblioteca rappresenta, in virtù della natura del suo patrimonio librario, un punto di riferimento imprescindibile per chi voglia studiare il pensiero di sant’Agostino e la storia dell’ordine agostiniano nonché quella della Riforma protestante e della controriforma cattolica.

A fondarla fu il vescovo Angelo Rocca (1546-1620), da cui prese il nome, che permise che la propria ricca raccolta libraria fosse aperta gratuitamente a tutti. Nel corso dei secoli la collezione della biblioteca aumentò e durante il ‘700 fu necessaria una nuova sistemazione. Le volte e le librerie di legno, i pannelli e l’architettura generale sono opera dell’architetto Luigi Vanvitelli.

Aperta nel 1604, l’Angelica è considerata nel contesto europeo assieme alla biblioteca Ambrosiana di Milano e alla Biblioteca Bodleiana di Oxford come uno dei primi e più chiari esempi di biblioteca “pubblica”, ovvero di un’istituzione creata con il chiaro intento di fornire accesso ai libri ad una comunità di lettori quanto più ampia possibile.

 

 

La biblioteca Angelica venne fondata grazie al lascito del vescovo marchigiano Angelo Rocca (1546-1620), da cui prese il nome. Questi, agostiniano, affidò la propria ricca raccolta libraria ai frati del suo ordine presenti a Roma, dotandola di proprie rendite e prescrivendone l’apertura a tutti, senza limite di sorta.

In linea con questa visione del ruolo “divulgativo” della biblioteca, nel 1608 Rocca pubblicò un breve testo intitolato Bibliotheca Angelica il cui scopo era di fornire all’utente una prima introduzione al materiale contenuto nell’Angelica.

Dopo la morte di Rocca, il patrimonio della biblioteca iniziò molto presto ad accrescersi grazie a nuove donazioni: nel 1661 Lucas Holste, custode della Biblioteca Apostolica Vaticana, lasciò agli agostiniani dell’Angelica la sua ampia collezione di libri a stampa; nel 1762, grazie alle rendite di cui si parlava, fu acquistata la biblioteca del cardinale Domenico Passionei, morto l’anno precedente. Questa acquisizione in pratica raddoppiò il patrimonio della biblioteca, e ne determinò in larga parte l’orientamento scientifico: il cardinale Passionei, infatti, era stato legato pontificio in vari paesi dell’Europa protestante, e vi aveva acquistato un larghissimo numero di testi religiosi e polemici; egli era legato, tra l’altro, all’ambiente del giansenismo romano. È a questo ampliamento della collezione che risale l’attuale sistemazione del salone monumentale dell’Angelica, dovuta alle sopravvenute esigenze di spazio: sistemazione dovuta all’architetto Luigi Vanvitelli e ultimata nel 1765.

 

 

Nel 1873, come previsto dalla legge, emanata sei anni prima, di eversione dell’asse ecclesiastico, la biblioteca fu acquisita dal neonato Stato italiano. L’arricchimento del patrimonio librario continuò anche in questo periodo: nel 1919 vi fu incorporata un’importante collezione di opere edite da Giambattista Bodoni, e alla fine del secolo vi pervenne la curiosa raccolta di 954 libretti d’opera ottocenteschi appartenuta a Nicola Santangelo, già ministro degli Interni del Regno delle due Sicilie e appassionato melomane.

Dal 1940 l’Angelica è sede dell’Accademia letteraria dell’Arcadia, di cui conserva, tra l’altro, il patrimonio librario (circa 4000 pezzi). Dal 1975 dipende dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Nello stesso anno fu acquisita la collezione libraria del critico letterario Arnaldo Bocelli.

Patrimonio

La Biblioteca Angelica possiede e tutela circa 200.000 volumi di cui più di 100.000, editi dal XV al XIX secolo, costituiscono il fondo antico della biblioteca. I settori più ricchi, che vengono ancora oggi incrementati in base ad acquisti e donazioni, comprendono opere sul pensiero di Sant’Agostino e sull’attività dell’Ordine agostiniano, la storia della Riforma e Controriforma, raccolte su Dante, Petrarca e Boccaccio, testi di letteratura italiana e sul teatro dal XV al XVIII secolo, edizioni rare (bodoniane , elzeviriane), opere su Roma, periodici italiani e stranieri dei secoli XVII-XVIII.
La Biblioteca possiede inoltre circa 600 pubblicazioni periodiche, italiane e straniere, relative alle medesime discipline.
Strumenti bibliografici e manuali di filologia e linguistica vengono acquistati per la valorizzazione e lo studio delle raccolte.

Fondo antico

Il Fondo antico della Biblioteca Angelica è costituito da più di 100.000 volumi, editi dal XV al XIX secolo.
Il primo nucleo è costituito dai volumi lasciati negli ultimi anni del XVI secolo dal vescovo agostiniano Angelo Rocca al convento di S. Agostino; nel 1661 si aggiunsero i circa 3.000 volumi a stampa che Lukas Holste, custode della Biblioteca Vaticana, lasciò alla Biblioteca.
Nel 1762 fu acquisita la ricchissima biblioteca del Cardinale Domenico Passionei, che raddoppiò il patrimonio bibliografico dell’Angelica.

I settori più ricchi, che vengono ancor oggi incrementati, comprendono le opere sul pensiero di S. Agostino e sull’attività dell’Ordine agostiniano, la storia della Riforma e della Controriforma con particolare attenzione all’Italia, nonché i testi delle controversie religiose dell’epoca.
Vi sono conservate inoltre raccolte su Dante, Petrarca, Boccaccio, testi di letteratura italiana e sul teatro dal XV al XVIII secolo, opere su Roma, elzeviriane.

 

 

Fondo moderno

Dal 1873, il patrimonio bibliografico della Biblioteca Angelica ha continuato ad essere incrementato a cura del Ministero della Pubblica Istruzione, poi diventato Ministero dei Beni e le Attività Culturali.

I bibliotecari che si sono succeduti alla direzione della Biblioteca hanno avuto cura di incrementarne i fondi privilegiando alcuni settori bibliografici (letteratura e critica letteraria italiana, storia della chiesa durante la Riforma e Controriforma e studi agostiniani).

In quasi un secolo e mezzo, così, il patrimonio è aumentato di circa altri 100.000 volumi di edizioni italiane e straniere e sussidi bibliografici sia su supporti cartacei ed elettronici.

Nell’ultimo secolo sono poi pervenuti alla Biblioteca, assieme agli autografi in dialetto romanesco di Giggi Zanazzo, importanti carteggi, tra cui spiccano per il rilevante interesse culturale quelli di Domenico Gnoli e di Felice Barnabei.

Dal 1940 la Biblioteca Angelica conserva in deposito circa 10.000 volumi di proprietà dell’Accademia Letteraria dell’ Arcadia.

Sempre nel secolo ventesimo sono da segnalare il fondo di letteratura italiana del Novecento, collezione privata del critico letterario Arnaldo Bocelli, il fondo appartenuto alla famiglia Marcello Cardone e il fondo di Achille Tartaro.

Rarità bibliografiche

Liber memorialis di Remiremont

Si tratta del Liber Memorialis dell’Abbazia di Remiremont, un memoriale liturgico, un vero e proprio registro contenente tutti i nomi delle persone, viventi o defunte, da ricordare nelle preghiere.

La stesura fu iniziata nel IX secolo, ma nel manoscritto sono contenute registrazioni appartenenti ai tre secoli successivi e quindi sono presenti mani e scritture diverse. L’ornamentazione consiste in una serie di iniziali ornate, decorate con intrecci geometrici, i colori sono viola, rosso scuro, giallo ed oro in foglia. Caratteristiche sono le arcate che ornano le pagine, decorate con intrecci geometrici, esse poggiano su colonne che a loro volta poggiano su scalini. Alcune presentano capitelli composti da semplici mensole, altre capitelli più grandi di forma vegetale, simili ad un capitello corinzio, altre ancora mostrano capitelli ornati da elementi zoomorfi. Le colonne sono caratterizzate da decorazioni ad intreccio geometrico. Forme e temi sono legati alla tradizione della produzione manoscritta del periodo carolingio e ottoniano.

De balneis Puteolanis

Membranaceo; scrittura littera textualis rotunda; sec. XIII; cc.21 (bianche le ultime due); mm.183×130.

Il codice, composto alla fine del XIII secolo, contiene il carme di Pietro da Eboli, De Balneis Terrae Laboris, sulle proprietà curative delle acque termali della zona tra Pozzuoli e Baia, più noto sotto il titolo De balneis Puteolanis.

Dedicatario e ispiratore del carme fu Federico II di Svevia sol mundi, che ebbe occasione di sperimentare di persona le virtù dei bagni di Pozzuoli.

Si tratta di un manoscritto riccamente illustrato da diciotto stupende miniature a piena pagina, che illustrano il testo dei diciotto epigrammi che lo compongono, insieme trattato scientifico e componimento poetico.

Le miniature, opera di un solo artista, sono chiuse da una stretta cornice di colore azzurro, verde o rosso, e sono realizzate con la tecnica degli sfondi in foglia d’oro. Costituiscono uno dei più importanti esempi di miniatura dell’Italia meridionale, forse della Sicilia, nel Duecento: elementi bizantini si giustappongono a motivi realistici, architetture romane a cupole orientali. Le figure umane hanno fisionomie comuni e sono rappresentate con poche varianti, al contrario, vari e fantasiosi i riferimenti paesaggistici e le ambientazioni.

 

 

Historia naturalis

Questa edizione italiana del 1476 della Historia naturalis, tradotta da Cristoforo Landino, è un ampio lavoro su una vasta gamma di argomenti scientifici. E ‘stato dedicato a Ferdinando I d’Aragona, Re di Napoli. Landino era uno studioso umanista molto importante, piuttosto noto per il suo commento su Dante. La traduzione dal latino è stata un importante punto di svolta nella storia della lingua Italiana e della conoscenza scientifica. Questo esemplare è caratterizzato da una preziosa miniatura della scuola di Ferrara e in ogni volume è presente un’ iniziale decorata. La rilegatura in pelle è del XVIII secolo. In questo esemplare ci sono due note di possesso di Giovanfrancesco Passionei, Gonfaloniere a Urbino nel 1493, antenato di Domenico Passionei, proprietario successivo del libro. La collezione di Domenico Passionei è stata acquisita dalla Biblioteca Angelica nel 1762 e ne ha raddoppiato il patrimonio.

Divina Commedia sec. XIV

Membranaceo; scrittura littera textualis ; sec. XIV ex.; cc.95 a duplice colonna (bianchi gli ultimi due); mm.350×240.

Il codice contiene l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. Unico il copista, che adopera la littera textualis. Risalgono sempre al copista anche i delicati motivi vegetali che ornano i richiami a partire dal terzo fascicolo. Due invece i miniatori delle iniziali filigranate.

I canti dell’ Inferno sono preceduti, ciascuno, da una miniatura che ne illustra l’argomento. Sono trentaquattro miniature in cui, su fondo aureo e a colori vivaci, vengono rappresentati episodi e figure dell’Inferno dantesco. La prima scena occupa lo spazio di due colonne, le altre di una sola colonna. Nelle sezioni del Purgatorio e del Paradiso spazi bianchi riservati, destinati ad ospitare vignette mai realizzate.

Un unico artista è responsabile delle miniature, di elevata qualità artistica ed espressiva, forse della bottega dei Mezzaratta a Bologna (Ciardi Duprè Dal Poggetto). Secondo il Salmi, miniatura emiliana, verosimilmente bolognese, in rapporto con lo stile di Simone de’Crocefissi.

Liber horarum

Il codice, databile alla seconda metà del sec. XV, è un prezioso esempio dell’arte della miniatura fiamminga. Esemplato in scrittura gotica su una sola colonna, contiene un Libro d’Ore secondo l’uso di Roma e si compone delle seguenti parti: il Calendario, l’orazione a Gesù Cristo, gli Uffici della Croce e della Passione, dello Spirito Santo, della Beata Vergine Maria, i sette Salmi penitenziali, le Litanie, l’Ufficio dei defunti.

Il manoscritto è decorato da 15 miniature a piena pagina inserite in una cornice ornamentale. Nel foglio accanto ad ogni miniatura si ripete il motivo della cornice ornamentale che in questo caso però circonda il testo scritto arricchito da una iniziale miniata in oro, blu e rosso. Le cornici sono tutte su fondo dorato con fiori, frutta e animali di vari colori, secondo un tipo di decorazione caratteristico di gran parte della produzione di Libri d’Ore tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, nei Paesi Bassi meridionali.

De Civitate Dei

Il De civiate Dei è comunemente considerato il terzo ed ultimo incunabolo realizzato da Sweynheym e Pannartz a Subiaco. Alcuni studiosi, invece, ritengono sia stato stampato dopo il loro trasferimento a Roma. Carla Frova e Massimo Miglio ritengono possa trattarsi di una stampa sublacense, ma ipotizzano che l’impresa possa essere stata portata a termine, dopo la partenza per Roma dei due prototipografi, da un gruppo di monaci del Monastero in grado di assumersi tale compito. In questa edizione il carattere latino usato è particolarmente interessante perchè consiste nell’unione tra maiuscole romane e minuscole semigotiche.
L’esemplare presenta, nel margine inferiore della carta [15] r., all’interno di una corona d’alloro riccamente decorata, S. Agostino allo scrittoio: alle spalle del santo si scorge la raffigurazione di un paesaggio. La corona si estende in due volute laterali sorrette a sinistra da un putto, a destra da un putto e un amorino. Nelle volute si trovano due scudi araldici appartenenti alla famiglia Martinozzi di Fano. La legatura è in pelle rossiccia con semplice riquadratura in oro sui piatti, dorso con fregi e titolo in oro (sec. XVIII). L’esemplare angelicano proviene dalla Biblioteca Passionei.

 

 

De Oratore

Prima edizione stampata in Italia del De oratore di Cicerone. Conrad Sweynheim e Arnold Pannartz, entrambi di Magonza, dove erano stati allievi di Gutenberg, furono infatti i due tipografi tedeschi che introdussero in Italia l’arte della stampa. Chiamati nel monastero di Subiaco nel 1464 dal cardinale Giovanni Torquemada, vi impiantarono la prima tipografia italiana, stampando dapprima un Donato (Ars grammatica), e quindi il De oratore, entrambi senza data.

L’esemplare angelicano è uno dei diciasette ancora esistenti.
L’edizione, di medio formato, con il testo a piena pagina di 30 righe e ampi margini, è stampata con caratteri di grande eleganza, fra il gotico e il romano. Il titolo è in caratteri capitali epigrafici.

Divina Commedia sec. XV

La prima edizione della Divina Commedia, prima opera in lingua italiana ad essere stampata, fu realizzata a Foligno l’11 aprile 1472 dal maguntino Johannes Numeister citato nel colophon insieme ad Evangelista Angelini: “Io maestro Iohanni Numeister opera dei Alla decta impressione et meco fue El fulginato Evangelista mei”. Neumeister, allievo di Johann Gutemberg, giunse a Foligno probabilmente nel 1463 dove si associò allo zecchiniere pontificio Emiliano di Piermatteo degli Orfini, che disegnò le lettere e i caratteri necessari per la stampa. Evangelista Angelini, detto Evangelista da Foligno, nacque a Trevi e si trasferì a Foligno nel 1470. L’identità di questo Evangelista fu scoperta da Tommaso Valenti che lo identificò con Evangelista Angelini da Trevi, dimorante a Foligno (cfr. Un documento decisivo per il ” Dante ” di Foligno (1472), in ” La Bibliofilia ” XXVII, 1925-26).

La composizione tipografica è semplice ed austera, riprendendo un filone tipico della tradizione manoscritta della Commedia del XV sec. L’edizione, di medio formato, presenta un testo a piena pagina di 30 righe e ampi margini, è stampata con una minuscola romana accurata ed elegante, nitida e, al tempo stesso, sensibile ai valori del chiaroscuro. All’esemplare posseduto dalla biblioteca, uno dei pochi completi che si conservano, fu aggiunto nel XVII un frontespizio manoscritto con decorazioni floreali e stemma del possessore.

Hypnerotomachia Poliphili

Primo libro illustrato e primo libro in volgare pubblicato da Aldo Manuzio. Opera di fama eccezionale grazie alle 170 incisioni su legno, di vario formato, che ne costituiscono la straordinaria e conosciutissima iconografia.
Raffinato e aristocratico, ermetico e complesso è il testo reso ancor più difficile dall’originalissimo volgare in cui è scritto, una vera e propria invenzione linguistica ricca di latinismi, grecismi e artificiosi vocaboli.
Divisa in due parti diverse per contenuto ed estensione, l’Hypnerotomachia (“Pugna d’amore in sogno”) è un romanzo allegorico: l’iter onirico, compiuto da Polifilo per ricongiungersi con l’amata Polia, è infatti il viaggio iniziatico che conduce il protagonista dall’oscurità iniziale – simboleggiata dalla selva in cui è smarrito – alla conoscenza. Ma Polifilo non arriva come Dante alla contemplazione del Dio cristiano bensì alla visione pagana e antica della natura, della dea Venere, dea madre di tutte le cose, e del suo irresistibile figlio Amore. La trama del racconto è intessuta di descrizioni di antichi edifici, enigmatici monumenti e rovine, obelischi, geroglifici, epigrafi, giardini, templi e fontane, bellissime ninfe.
Al mistero del contenuto si aggiunge anche il mistero che avvolge la vera identità dell’autore, il cui nome è nascosto nel lungo acrostico formato dalle iniziali dei 38 capitoli: “Poliam frater Franciscus Columna peramavit”.
All’enigma del contenuto e dell’autore si aggiunge, infine, anche quello che circonda l’anonimo artefice delle celebrate xilografie: Pinturicchio, Carpaccio, Mantegna e Bellini sono stati ipotizzati quali autori dei disegni, ma d’altro canto, la strettissima connessione tra testo ed immagine, ha fatto supporre che questi possano risalire allo stesso Colonna. In ogni caso si tratta della mano di un grande artista capace di portare il tenue tratto xilografico alle più alte possibilità espressive e poetiche.

Orlando Furioso

La prima edizione del Furioso appare il 22 aprile 1516, a Ferrara, per i tipi di Giovanni Mazzocco di Bondeno, forse con una tiratura di 1300 esemplari, dei quali lo stesso Ariosto cura la diffusione. Il romanzo, in ottave, con dedica al cardinale Ippolito d’Este, si presenta in 40 canti, anziché in 46 come nell’ultima redazione. Il successo dell’opera è immediato anche al di fuori dell’area ferrarese. La seconda edizione appare, sempre a Ferrara, ma per i tipi del milanese Giovan Battista Pigna, il 13 febbraio 1521. Ariosto diffonde di sua iniziativa l’opera, che aveva anche contribuito a finanziare. La tiratura dell’edizione del 1521 è abbastanza limitata, forse solo 500 esemplari. In questa edizione aggiunge 11 ottave togliendone altrettante e corregge 2912 versi su 32944, senza peraltro una sostanziale trasformazione.
L’edizione angelicana del 1521, in 4°, presenta il frontespizio con cornice xilografica stampato in rosso e nero.

Sul retro del frontespizio, dedica di Iacopo Sadoleto a papa Leone X. Il testo è disposto su due colonne.

All’inizio di ogni canto appare ancora, secondo la tradizione dei libri manoscritti, la letterina – guida che avrebbe dovuto, in seguito, essere sostituita da un’iniziale miniata.
Sull’ultima carta appare l’incisione xilografica della marca tipografica di Giovanni Battista Della Pigna con il motto: “Pro bono malum”

Trattato di scientia d’arme

E’ l’opera più famosa di Camillo Agrippa, stampata per la prima volta a Roma nel 1553, con una dedica al duca di Firenze Cosimo I, a cui seguirono numerose ristampe. A essa si ispirò tutta la trattatistica successiva sull’argomento. Il Trattato può ritenersi certamente innovativo per il continuo ricorso che l’autore fa a schemi di tipo geometrico, dando così all’arte della scherma un impianto di tipo scientifico. Agrippa introduce una novità nel duello, basato sull’uso della spada “di punta” anziché di “taglio” mettendo in luce l’efficacia di portare la spada davanti al corpo invece che dietro. E’ probabilmente il primo che ha utilizzato il termine inquartata e ha inoltre contribuito allo sviluppo dello stocco come arma di primaria importanza. Il Trattato è riccamente illustrato da incisioni in rame, tra cui il ritratto dell’autore sul verso del frontespizio, forse opera di Baldo Perogino.

Erbario Cibo

Si tratta di un erbario essiccato (raccolto in cinque volumi) databile intorno alla metà del cinquecento. Si compone precisamente di due erbari convenzionalmente indicati come A e B. L’Erbario A (un volume), antecedente al B, è composto da 553 campioni disposti senza alcun criterio sul recto delle carte ed eccezionalmente, ad indicare l’iniziale imperizia del raccoglitore, anche sul verso. L’Erbario B (circa 1347 campioni) comprende quattro volumi con le piante disposte in ordine alfabetico ed è corredato da un indice compilato dallo stesso autore. Il campione è incollato nella sua integrità: dalla radice al fiore, al frutto. Con estrema accuratezza a volte il campione stesso viene presentato anche tagliato per mostrare l’interno.

La paternità dell’opera è tradizionalmente attribuita a Gherardo Cibo (1512-1600) personaggio eclettico, di origine marchigiana, che nel 1540, si ritira a vita privata dedicandosi completamente ai suoi studi. Non pubblica alcuna opera: la sua attività trova una forma espressiva grafica più che letteraria: immagini di piante, fiori e ambienti naturali, applicazione pratica degli studi di botanica svolti a Bologna, sotto la guida di Luca Ghini. E’ in corrispondenza con i massimi botanici del tempo: Pietro Andrea Mattioli, Ulisse Aldrovandi, Leonhardt Fuchs, Andrea Bacci.

La presenza dell’Erbario in Angelica è attestata già nel fondo originario della Biblioteca come risulta nell’elenco ragionato e commentato pubblicato nel 1608 alla voce Res Arborea & Herbaria: Herbae ac Plantae reapsae super chartam conglutinatae pluribus tomis in folio comprehensae.

Pianta di Vicenza

Disegno a penna con inchiostro marrone e acquerello azzurro su carta bianca (mm 1296 x 1398); in discreto stato di conservazione.

Veduta a volo d’uccello della città vista da nord-ovest: sono messi in evidenza le principali piazze e i monumenti più interessanti con particolare attenzione per le architetture Palladiane.

Presso il margine superiore, in un nastro: “VICENZA”

La carta, con molta probabilità, fu donata ad Angelo Rocca dal Priore Generale Spirito Anguissola da Vicenza.

 

 

Cataloghi on-line

I libri posseduti dalla Biblioteca Angelica sono on-line al sito: http://opacbiblioroma.caspur.it/
Si tratta delle opere acquisite dal 1886. E’ possibile ricavare anche le collocazioni. Il sito riguarda diverse biblioteche romane, ma si può impostare la ricerca solo sull’Angelica (verranno visualizzate anche le collocazioni delle altre biblioteche).

La ricerca per autori e soggetti delle opere edite dopo il 1886 è disponibile on-line al sito: http://www.sbn.it (non verranno visualizzate le collocazioni).

I cataloghi storici dell’Angelica e dell’Accademia Letteraria dell’Arcadia sono on-line al sito: http://cataloghistorici.bdi.sbn.it/indice_cataloghi.php

Si visualizzano nell’ordine il “Catalogo per autori e titoli del Fondo antico a stampa” e il “Catalogo dell’Accademia Letteraria Arcadia” per i libri della Biblioteca dell’Accademia letteraria dell’Arcadia conservati in Angelica. Si tratta delle riproduzioni digitali dei cataloghi presenti in sede.

Per gli incunaboli si può consultare on-line il sito: http://www.bl.uk/catalogues/istc/

Nella pagina della ricerca (search) indicare “roma ang”come “Location of copy” e cliccare su “Add another search term” per aggiungere altri parametri di ricerca (titolo, autore, anno…). Nella scheda finale verranno indicate le varie localizzazioni, ma non le collocazioni.

Per le cinquecentine possedute dalla Biblioteca Angelica si può consultare on-line il sito: http://www.biblioangelica.it/cinquecentine/ricerca/

Per le cinquecentine stampate in Italia si può consultare il sito: http://edit16.iccu.sbn.it/
Per le cinquecentine possedute dall’Angelica inserire nel campo “Localizzazione” in stringa “RM0290” oltre ad almeno un dato bibliografico nel relativo campo.

Per i manoscritti latini e greci si consulti: http://manus.iccu.sbn.it/

Si consiglia di scegliere la modalità di ricerca avanzata applicando come filtro la Biblioteca Angelica o di partire dalla ricerca per biblioteca per sfogliarne i fondi. Per i manoscritti greci e per i latini 2419-2576 sono presenti anche immagini.

Il fondo dei Libretti d’opera della Biblioteca Angelica, che comprende circa 1987 esemplari, è stato digitalizzato a cura di Raffaella Tomaciello e sono consultabili online sul sito Corago http://corago.unibo.it/. Per accedere alle schede descrittive e alle riproduzioni basta selezionare la biblioteca dalla maschera di ricerca di Libretti http://corago.unibo.it/libretti.

Come arrivare

ORARI BIBLIOTECA ANGELICA – La sala di lettura è aperta lunedì, venerdì e sabato dalle ore 8.15 alle 13.45; martedì, mercoledì e giovedì dalle 8.15 alle 19.15.

Alla Biblioteca Angelica si tengono eventi, mostre e concerti. Il calendario non è ricchissimo ma vale la pena tenerlo d’occhio.

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